Colazione da Tiffany: o di come fuggire bevendo e non sentirsi mai ubriachi

Siamo stati a Brighton perchè ci hanno detto che lì c’è la miglior colazione inglese del mondo: sai no, bacon uova e i fagioli della scatola tipo quella di Warhol. L’abbiamo consumata ogni giorno, tranne il terzo, quando prima di arrivare da Tiffany decidiamo di fermarci al rude baracchino del gigante Jamaicano che ti serve già alle 11am della carne di capra immersa in una deliziosa salsina di vegetabols tritate…WOW! Da bere birra, anche se la devi pigliare al super perchè dove si mangia invece birra non ne hanno……….boh……..e a quel punto la bevi costantemente, per protesta contro quei sobrissimi inglesi.

english breakfast

Alla fine ad ubriacarti sono solo i culi, lo sapete già tutti.

Ti vuoi ubriacare ma non ci riesci perchè non fai altro che camminare. Altrettanto costantemente. Fuggire. Sgattaiolare. Per ore. E noi l’abbiamo fatto, super cazzoni. Con intervalli da mezzora fermi a ascoltare quattro chitarre e due giocattoli che se schiacci i bottoni suonano frequenze strane tipo macchine tessili casalinghe. Certo quando non trovi la fila all’entrata. Eh si perchè scopri che negli stessi giorni a Brighton ci fanno mille festival, tra cui uno a tema unilateral-musicale. Lì si che ci sono le birre. E per farla breve, alla fine dei conti, dove s’é vista la sofferenza in faccia ed il sudore, il sudore, lo sapevo minchia, s’é sentita la miglior Musica: Mnnqns, Pip Blom, Happy Meals, Luke Marzec, dicono Haiku Hands e Amyl and the Sniffers. Quì sotto un esempio di sofferenza formato gif. O forse autoironia consapevole di due amichette di vecchia data che hanno sbancato a casissimo (sì perché delle due solo quella a destra aveva un culetto accettabile). Tipo Maria De Filippi (non ci si stanca mai di citarla) che se la ride sotto i baffi seduta sulle scalette del suo studio mentre due tipelle si stanno scannando per chi debba baciare Roccuccio: lui lui, certo, nel frattempo è andato a fare il tronista. Maccheccccazzo ah Roccù

let's eat grandma

Tradotto: facevano cacare (ad Antony però sono piaciute, sarà che effettivamente queste sorridevano contente)

Com’é difficile raccontare quello che ho fatto ultimamente. Non si riesce mai a far trasparire la parte figa della storia. Chessò, tu che hai fatto ultimamente? No col cazzo, non lo voglio sapere. L’ho scritto solo per velleitá di penna. Smartpenna, scusa. Cioé, sí che voglio saperlo dai, ma se arrivi dritto al punto é meglio. Ma soprattutto ce l’hai un punto? O sei solo andato a trovare quella tua amica conosciuta due anni fa a Stoccolma che ora é in erasmus a Lisbona? No perché se é veramente di birre bevute dovunque che vogliamo parlare allora faccio prima ad andare direttamente in portogallo che tanto mi sento portoghese anch’io (“obbligo di convalida anche in uscita“).

Sí in fondo é solo che pretendo un po’ troppo poco e mi piacerebbe mi raccontassi meglio di cosa stavi de-pensando mentre ti bagnavi la gola di quel sorso di birra, col culo sui sassetti davanti al suono delle onde, delle lacrime di Giustino e delle risate di Sara, Liliana, Antony, Giulia, Bernardo, Celine, Melo, Franceschina, Carolina…….ed anche il suono di quella brezza, ma dai quale brezza, di quel vento che ti scroscia in faccia e sul petto ancora sudato dai 12 mila passi delle ultime 2 ore. In tutto questo gli indiani nativi canadesi (Nehiyawak, bravi anche loro) stanno per iniziare a suonare e Mustafa ancora deve arrivare, giusto 10 minuti che é nel traffico… da 1 ora.

O se preferisci raccontami di quando scivoli nella vasca per tanta l’emozione e ti sembra stiano trascorrendo anni mentre sei in volo prima di scartavetrarti improvvisamente il cranio posteriore con la parete della suddetta. Ancora mi doli.

Vorrei mi dicessi di quando percepisci quella strana distorsione temporale in mezzo tra i due occhi e sotto la fronte, tanto fitta che ti sembra di essere dovunque e da nessuna parte, e proprio per ciò nel posto giusto. Miracolo. Quasi come Accontentarsi. Veramente non vorresti essere altrove.

No perché sono sicuro ti sia successo, che sia capitato anche tu nel flusso giusto, una volta e molte in piú nel posto in cui per necessitá di sopravvivenza il miracolo é avvenuto. Secondo me é solo che non me lo vuoi raccontare perché pensi che un sorso lo bevano tutti, ma centocinquanta birre in 2 giorni solo io. Bullshits

Perché non mi racconti mai di quel dolore nelle gambe che ti fa ciao ciao dopo aver sperato invano di non star camminando invano? Perché dico io? Pensi forse ti possa dare del fallito per questo? Pensi forse che quelle due note rubate ascoltate solo alla fine del concerto siano state inutili? Per niente, basta proprio niente per sentirsi nel pezzo.
Un cazzoto in faccia e ti ricordi che le cose non sono mai quelle che pensavi di sapere

A tal riguardo, e per chiudere, vi mostrerei una foto che vabbe vi mostro subito subito e che voler definire metaforica sarebbe veramente troppo riduttivo. Però riassume il senso di tutto quello che voglio pensare ora. Il titolo potrebbe essere “camminare a caso in un posto o di come portarsi dietro il peso della possibilitá di essere dovunque e quindi nel posto giusto. Ma anche quello sbagliato va bene”

Jonni Burla

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La crisi è nel cervello

Uno può anche pretendere e riuscire a filtrare le giuste percezioni e canzoni a piacimento variabile. E poi ci sono questi tre viaggioni formato foto, un manifesto, un inno al silenzio, all’ascolto, all’abbandono temporaneo. E la meta non conta, scopriti!

Stay Soul

Streusss

Il culo é un salvavite

Di culi e musica, dicevamo. Proviamo insieme a partire un attimo dalle basi: che cos’è un concerto? Proviamo solo ad immaginarlo senza averci mai avuto a che fare, esser mai andati a vedere Vasco allo stadio, mai andati a Zungri per il concerto di Patty Pravo per la festa di san Nicola, in discoteca da Franchino o alla festa de l’Unitá di Grottacalenta. Banalitá: immaginiamo l’assenza di tv, computersss, internet, youtube per rivederci il giorno dopo nel pubblico, fb, eventi. Niente cellulari. Boom. Primo sussulto. Primo squilibrio sulla rete. Niente fax per avvisare tuo papá che é ancora in ufficio e scrivergli che stai uscendo per andare ad un concerto. Ti fiondi di corsa a bussare a Roccuccio dall’altra parte della strada per dire che ti hanno detto che c’é un concerto. Ma ammettiamo anche che invece tuo padre faccia il panettiere, o il falegname, il contadino o l’esattore delle tasse, e che gli uffici non esistano, e che ti hanno anche detto che uno dei tipi che organizzano si chiama Robin Hood e che il concerto è conficcato in una music hall in mezzo al bosco. Fatto? Bene, cosa immagineremmo di trovare al nostro arrivo in questa specie di rave delle origini [giudizio personale a posteriori, io ci sono andato giá l’altro giorno ché fra’ Peppino suonava la fisarmonica, ci sono andato con Roccuccio d’altronde, ma lui a quanto pare non ti aveva detto niente. Boom. Secondo sussulto. Secondo squilibrio sulla rete]? Dove dunque pensi di andare? Chi, cosa pensi di trovare? perché è lì quel cosa che pensi di trovarci? E soprattutto, perché caaaazzo ci stai andando? Potrai comportarti teatrando naturalmente o dovrai inventare, gonfiare, recitare anche oggi? …Magari si rimorchia…fai bene a pensarlo. A questo punto, se il giochetto funziona, starai giá realmente cercando di pensare a come rispondere a queste simil futili domande, nonostante non siano minimamente legate alla tua realtá contingente, al dj set dei Modeselektor cui sei diretto, alla puzza del tipo di colore che hai accanto sul bus, allo smartphone su cui stai leggendo che per ipotesi della nostra elucubrazione potrebbe al massimo essere solo un oggetto futuristico tuttoluminosocazzochemaleagliocchi appena offertoci in dono da degli alieni sadici e cattivissimi.

Certo certo, sul sentiero per il bosco risponderesti alle mie domande certamente associando il tutto ad un culo. Scherzo, alla musica. MA difatti a ben pensarci probabilmente a Sherwood non avremmo neanche mai usato il termine concerto. – aaaahia non ho detto ad Alex di venire….vabbé – Avremmo detto chessò: andiamo, ci incontriamo perché Mark oggi suona (che poi l’avevo giá spoilerato nelle []). Insomma uno s’immaginerebbe che ci si trovi a sentire insieme qualcuno che suona. Magari, se va bene, a vedere qualcuno che suda. E che magari é anche felice. Magari ci parli pure. Magari speri ci sará qualche altra facciazza sorridente come la tua e il bar di zio Ciccio con le birrette a 2 sterle (appropriazione indebita). Dai non c’immagineremmo mai dal nulla un palco alto 2 metri, lungo e largo 30. Ai fini delle tue più rosee aspettative un palco così non serve proprio a.. come dire.. un cazzo. Piuttosto magari un muretto su cui poggiarsi se proprio sei stanco o se semplicemente oggi te la vuoi spassare in scioltezza.

Insomma per chiudere:

Visto che io ho avuto giá il culo di andarci una volta, vi do la mia versione: terminato tutto pensoso il sentiero, arrivi e noti, dopo le due biondine wow lì davanti, che la music hall, pure lei, non é mai esistita: era la sala di casa di Gennaro, un tizio tutto green, amico di Robin, che vive nei boschi e a cui piacciono il rokkerroll e i canti gregoriani. Boh. Ed é tutto così ..strano, é la nostra prima volta non dimentichiamolo, ed é tutto così pregno di contrarietá, di propositiva spavalderia nei confronti di tutto ció che mi sono volontariamente (everlasting question) abituato a vedere, di cui sono sempre stato parte finora e sarò probabilmente ancora. Cioé quí veramente la gente si incontra per suonare strumenti e sentir suonare, dando luce e lustro al concetto di musica e anche a quello piú semplice di desiderio. Niente luccichii di facciata ma valanghe preventive di energia stanno per staccarsi dalle viscere dei presenti, che hanno gli occhi ormai sovraccarichi di una giornata di Somministrazione Pubblicitaria Involontaria, pronti al cortocircuito. E io, tu, noi tutti stiamo per esserne travolti. In un modo o nell’altro lo percepisci dalla frizzante pacatezza dell’aria.

Dopo aver scambiato due parole casuali con quei giocherelloni di Albertino e Natuzzo, finalmente Joe e gli altri iniziano a suonare ed immmmmediatamente scorgi per la prima volta sul retro del tuo cervelletto la sorgente di quell’anomalo pur curiosissimo brio che avevi intercettato dovunque proprio fino ad un minuto fa. Tanta é la forza propulsiva che mi giunge che cerco di incalanare la corrente generata in direzioni istintivamente desiderate, cosi che scorra e non rimanga un groviglio ingabbiato nell’esofago, cioé statico ed anacronistico giá dalla notte dei tempi. Sisi nel senso che se statico fosse rimasto il desiderio in tutti gli uomini dalle scimmie in poi, passando per Robin Hood e Cecchi Pavone, noi ora non saremmo che formiche (toh scimpanzé) e in altre parole toccherebbe a noi cominciare istintivamente a ballare a suon di Mazurka, rimbalzare di quá e di lá leggermente improvvisamente, pesantemente finemente razionalmente anche caoticamente, ora si ora no, ballare. Sudare ballando è finora il miglior modo ch’io abbia sperimentato per sfondare la gabbia della coscienza civile girando civilmente la chiave.. Balla! Ai concerti, balla! In cucina, balla!

Si ma in tutto questo delirio dove miiiiiinchia sono finiti i culi? Ché mica si stava solo parlando di fortuna? Enniente i culi in veritá non contano niente. ..Finché non te ne trovi davanti uno pronto a salvarti la vita e staccarti la corr………

Terzo sussulto

Jonni Burla

Ho il pezzo (per il blog): Le Origini

tukker

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Se iniziasse tutto con questi due estratti potrei considerarmi un sessista? Forse secondo certi canoni, magari i vostri, sí sono un sessista (ecco ho giá stabilito una distanza, un noi un voi un me un tu. Ma chi il noi chi il voi chi il me chi il tu? Chissá dove CI porterá questa strada). Dicevo sí, sono un sessista: ho chiamato questo posto, assieme a Streusss e Pelé, frame di cul (o framedicul letto freimmedical, o addirittura framedicul letto framedicùl per dire in fretta agli amici come cercarlo) e nonostante maiuscole e minuscole per celare si capisce e bene quale sia il suo intero grande scopo. E se siete così stronzi da far finta di non capire ve lo diró: un omaggio. Un omaggio ad un culo che non può essere soltanto un culo immaginato, un culo perfettamente ideato, un culo idealmente perfetto. Che poi mica ci riesci..ad immaginare un culo così: quando ci provi pensi prima alla forma, waaa sii, poi pensi anche alla forma delle gambe, importantissime, ma non so perché ci piazzi sempre troppo grasso e alla fine ti torna sempre in mente l’armadiettone della classe delle medie che per essere politicamente corretti chiamiamo Gioia (la mia si chiama Morena, ti voglio ancora bene). Nessuno si senta offeso per caritá vi prego. Ebbene qui non si può che parlare di un culo reale, di un culo perfettamente reale, di un culo idealmente reale, di un culo così realmente cazzo perfetto che a descriverlo non ci provo neanche, figuriamoci (di nuovo) cos’accadrebbe se provassi a stimare la precisa quantità di massa che contiene. Cioé, qualcuno direbbe, qui si vuole (everlasting question: ma cos’é la volontà?) parlare di un culo che non é il capolavoro di un disegnatore ma di un culo che fa del disegnatore un capolavoro. MA, io aggiungo, rende capolavoro anche chiunque lo ammiri: tu lo guardi ed il miracolo si compie, anzi é già bello che compiuto.. é lì, e non puoi che attivare la tua stupida Poker-Face [d’altronde farsi vedere dalle amiche col culetto mentre guardi quel ben di Dio é di nuovo politicamente scorretto], poi perdere definitivamente il contatto e pensar di fissare la pienezza del vuoto che ti ha pervaso, infine non ti rimane che contar le stelle che ti separano da quella prima vaga idea di infinito che ti aveva preso di soprassalto quando a 5 anni usando il pisellino come una corda di chitarra avevi avuto il primo orgasmo e rimanendo sconvolto non sapevi neanche perché avessi la pelle d’oca. Insomma, guardare negli occhi uno che sta guardando quel culo equivale praticamente a guardare il culo stesso (semicit). Tipo l’unico caso in cui vale la pena guardare il dito e magari neanche accorgersi della luna (con la minuscola). Come ve lo devo dire, chiamerei l’intero intrigo Arte, non so voi..

E mi pare che fin quí abbia gia detto troppe volte culo, abbia fatto immaginare già troppo, abbia io stesso immaginato troppo e troppo invano, visto che s’era constatato, in fase d’istituzione, che mai e poi mai si sarebbe dovuto parlare cosi esplicitamente della ragion d’essere di questo posto. Bene, l’ho fatto nel primo post. Ma che avrei dovuto fare, non spiegare neanche da lontano il significato di questo nome del cazzo? Far finta di niente e dimenticarsi di tutto? Lasciare le origini in un alone di mistero per tentar di mantenere i vostri cuori appiccicati a questo frammentato indirizzo? Cominciare a scrivere di qualsivoglia cazzata senza svelare la più grande e fondamentale delle cazzate divenute poi origine di cose magnifiche tipo sempre questo posto, orgine spero di nuovi mondi? Forse si, d’altronde come detto in apertura l’allusione non é troppo ben celata. Devo anche smettere di scrivere cazzo, cazzata e derivati, dopotutto vorrei che fosse un posto pulito.

Ecco bene siccome sempre in sede d’istituzione s’era detto che si sarebbe scritto comunque in ogni caso del legame che il cu..ehm..le cose stabiliscono con la musica, o la musica con le cose, mi tocca associare il tutto ad una qualche nota. Peró onestamente sto ancora pensando a….okok va bene avete capito. Ecco siccome per oggi ho finito la mia dose di frenesia, decido ora che faró come quei tipi che piazzarono in un album di schitarrate e ritmiche al cardiopalma quattro pezzi di pregiato e distendevole reggae.. cosi, perché ci piace. Ovviamente avendo ben chiaro in mente che si sta facendo finta che un xxxx non possa essere musicale giá di per sé……

Difatti a ben vedere la canzone non c’entra molto, loro peró si

Jonni Burla